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Il padre di tanto gusto pop - e contaminato - lo conosciamo bene.
Dire che dopo Andy Warhol l’arte ha sconvolto i suoi connotati, è verità assoluta. Un
assioma, da prendere così com’è, come l’arte del resto; è un fattore di credo, più che d’altro.
Cito una lista di nomi: Nico, The Velvet Underground (Lou Reed, Sterling Morrison, Maureen
Tucker, e John Cale), Gerard Malanga, Ondine, Ingrid Superstar, Mick Jagger, Ivy Nicholson,
Candy Darling, Jackie Curtis, Frank Holliday, Viva, Billy Name, Freddie Herko, Brian Jones, Naomi
Levine, Paul Morrissey, Truman Capote, Mary Woronov, Baby Jane Holzer, Ultra Violet…
Trattasi di “alcuni” dei tanti personaggi che tra gli anni 1962 e 1968 hanno gravitato
periodicamente intorno alla più grande macchina di produzione che l’universo artistico abbia
mai concepito.
Musica, arte, spettacolo, design, moda, cinema, ogni forma di creazione, in seno a una
rivoluzione culturale, doveva passare da quella che negli anni è diventata icona di un mood e di
uno stile di vita, la Factory della 47 strada di New York.
La rivoluzione fu dei costumi innanzitutto, e di una portata talmente elevata da poter essere
citata ancora oggi come qualcosa di strabiliante. Qualcuno, non sono pochi, ha snocciolato
pagine e pagine di racconti, gossip, scritti provocatori e divertenti aneddoti sull’universo Warhol:
senza tropi veli quindi, si è delineato un mondo corrosivo, anfetaminico, straordinariamente
Rock, fatto di personaggi bizzarri e inquieti, disposti a qualsiasi cosa per quei famosi “cinque
minuti di celebrità”. Attorno alle nuove Factory che oggi sembrano prevalere sul vecchio
sistema individualistico di produrre arte nascosti nel proprio studio, si delineano espressioni
più ironiche e meno autoreferenziali di gruppi eterogenei che inneggiano una post-modernità
che supera la trasgressività e diventa deliberatamente kitsch.
Le icone formali delle figure luminose create da Marco Lodola avvolgono e si incontrano
con le parabole e le linee ultra-pop di un nuovo design made in Italy, fresco e giocoso.
Gli ingredienti: morbidezza di sonorità swing con un pizzico di eccentrica elettro-dance anni
novanta; plastica e colore popular – flat painting, neon e lacche – pin-up invitanti e senza volto.
Lodola, Arbore, Andy (Bluvertigo, non Warhol) sono l’anima new-op e pop di un rinnovato
sentimento che contamina stili e brand (Cappellini-Licheri). E “Swing C’Overland & Co” la loro
piccola Factory.
Arte, musica, design. Senza limiti creativi. E senza censure. In barba a un asetticismo stilistico
che ha stancato da tempo, torna la forma (quella femminile appunto), la linea aperta e flessuosa
(della musica), il colore e la luce (delle arti visive). Mirabili contaminazioni.
Admirable Contaminations
Luca Beatrice
W
e do not forget the bone-white women of Korova Milk Bar from
Clockwork Orange, who show their bare legs, well-round breasts and
firm bottoms. Kubrick starts his masterpiece with the image of bad
boys racking their “Gulliver” between milk dummies and coloured
wigs. The quotation is not mere pornography but comes from the pop art universe passes through
the years of the economic boom: on one hand the serial white of George Segal’s sculptures and
on the other hand the Allen Jones’ bare listlessly common table.
The London artist’s ultra-inviting wear leather lingerie, gloves and collars – a mix of sado- and,
for example Jessica Rabbit’s elegance– for chairs and tables of a sexist design (just for men).
The feminine curves – obscenity or poetry? – known before the socio-cultural revolution of the
70s, typical of the anorexic and preteen Twiggy, are what the most hardened feminists would define
“an object of interesting commercialization”. The “value of use” of the female body nowadays hasn’t
certainly finished its commercial and media attraction and when we believed the binomial nude =
sale was over, our own culture is here to re-propose, dressing them up as artistic values, new form
of use of the female body like an “object” whose formal beauty is undisputed.
The Milanese artist Paola Pivi borrows great women bottoms to put on them mini-
atures of design chair seats, turning the value of the photographed subject (Untitled,
2005). The same “supports” have been used by the photographer Gabriele Basilico, who
has immortalized feminine bottoms on which has been impressed the trail of histori-
cal chairs pattern (from Box Chair of Enzo Mari to the stool Mezzadro of Achille
and Pier Giacomo Castiglioni), playing with the sense – and the mark – of the
“bottom” (verb and substantive as well).At first a book and then the
Melting Pop exhibition,– edited by Gianluca Marziani – highlighted,
in the Italian art, the advent of a mass aesthetics where the visual
sense joins together the expressive and most disparate lan-
guages: from advertising to design, from cinema to fashion,
the new century avant-gardes created an independent
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