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LODOLA.FRA
LODOLA.FRA
përshtatshëm për të zhvilluar forma të reja
vizuale. Në fillim të shekullit njëzet Giovanna
Fra eshte kaq e arrire per mënyrën dhe për
madhësinë e saj dhe substancës; Artistja përdor
nga një ane pigmentin, me naturales e kimike, ne
tjetren përjeton një teknikë të re, ku fara e artit të
lashtë caligrafik është importuar në një gjuhë që
mund të perkufizohet abstrakte postmoderne.
Nuk është espedien- të lëngshme, me njolla
ngjyre antropomorfe, dhe ajo gervishtje, te
disa logo tipeve te zmadhuar në një pamje të
rastit. Hyjne ne kete kategori, texturat e saj të
fundit dixhitale, vizionare kostilime gjuhësore te
fondeve psikodelike, fotografë nën mikroskop
per te kërkuar perberjen e materies dhe
transkriptimin në formë letrare.Ne shkrepje
të detajeve dhe mbyll, fondi bëhet faqja në të
cilën nxirret një poemë “te shkrimit asemik”,
zhanër letrar i dashur nga fi vizuale poezi nga
gjashtëdhjetë vjet.
Texturet e Giovanna Fra duken si versionet e
ripërtëritjes se një poemë te lashtë dhe bejne
te mendojnë mbi lëkurën e kujt, në mënyrën
e “tregimeve nen jastëk” te Peter Greenaway,
shkruan ideogramat e tij. Në mënyrë të ngjashme
Fra përdor fotografite per te mbeshtetur
traskriptimin e texturat te saj abstrakte qe jane
te nderthurura ne bashkepunim me mjetet
dixhitale.
Jane sekuenza te çrregulluara por automatike
te logogrameve dhe ideogramave. Piktura-fjalë-
fotografi, eksperimente bashkimi të analoges
dhe dixhitales, ngjyrë dhe photoshop, sipas
një traditë që vjen nga Christian Dotremont
dhe Logogrames se saj -piktore dhe poete
belge dhe themeluesi, ndër të tjera, i levizjes
se grupit eksperimental COBRA- te nje levzjeje
te re gjuhesore qe del ne Street Art, portugezi
Nuno Matos për shembull, ose nga një pikturë
të caktuar të gjeneratës se re abstrakte, si në
rastin e shpërthimeve në shenjat ne hapësirë
te gjermanes Katharina Grosse. Me historinë
e zhanërit abstrakte, frymëzuar nga muzika, si
gradienti i një ndjeshmëri gjuhësore aleatore,
e paprekshme dhe mendore, duke pranuar
saktësinë e shenjave të bashkesise orientale
dhe misticizmit te kulturës caligrafike dhe te
poezise vizuale, korpusi i veprave të Giovanna Fra
përbëhet nga një gjuhë ne gjendje për të marrë në
hyrje dhe dalje në mënyrë të sigurt në repertorin
e abstraksionit të ri. E re pasi ndot tekniken
dhe disiplinen me sigurine qe shkrimi, ai vizual,
mund të përballojë licencën për të shqyrtuar
kohën dhe hapësirën duke shtyre gjihmone një
kategori absolute; Ajo është pikturë në fluks,
qe ndryshon lëkurë dhe zbulon mundësitë e
poezise se rafinuar, është një zhurmë e bardhë,
përtej kohës, pa hapësirë, me një frekuencë te
padukshme, por të kostante.
del suo concerto 4’33’’ a Woodstock, nell’agosto
del 1952. L’esecuzione è affidata all’amico pianista
David Tudor. Con un unico gesto si limita a sedersi,
ripete l’azione all’inizio e poi alla fine, e accoglie gli
astanti con un pugno di silenzio. Quattro minuti e
trentatré secondi di niente.
Erano gli anni Cinquanta e Cage metteva in scena
l’utopia più anarchica mai espressa dalla musica
contemporanea disseminando una mina nella
cultura sperimentale dell’epoca, in particolare in
quella statunitense meno legata ai paradigmi di
una storia pesante sulla quale gravitava ancora
il sistema artistico del vecchio continente. La sua
opera è il punto di non ritorno per tutta una serie
di esperienze che, da lì in avanti, costruiscono l’as-
sioma di una precisa ricerca: il campo lungo del
paesaggio sonoro la cui visione sconfina in concet-
ti e utopie fin dentro il repertorio delle arti visive,
dall’Action Painting a Fluxus, seguiti in Europa da
Informale e Spazialismo, in Giappone dal rivoluzio-
nario Gruppo Gutai.
In tutte queste pratiche il seme dell’interdiscipli-
narietà è già in essere, in alcuni casi in maniera
esplicita, in altri ancora latente. Per tutti vale la
struttura aleatoria, introdotta da Cage nella mu-
sica, ovvero l’imprevedibile come elemento costi-
tuente, come materia di cui tutto – nessuno esclu-
so - sembra essere fatto, nella vita come nell’arte.
In particolare quest’ultima è chiamata a essere
una disciplina sempre più intellettuale, accettando
l’avanzata del concetto sul principio della forma.
Vincono il caso, il dubbio, l’instabilità, l’azione in bi-
lico e quella in divenire. Al ben fatto si contrappone
l’informe, il suono è silenzio, la pittura si fa perfor-
mance; l’orizzonte di riferimento è sempre più un
genere teorico piuttosto che una questione prati-
ca. La realtà offre così nuovi spunti nell’evidenza
di fenomeni impensabili, composta di sfumature di
senso e di valori, tralasciate finora da un’arte volu-
tamente “sexy” che preferisce strizzare l’occhio al
Pop perché utile a raggiungere le masse e conqui-
stare il consenso.
In questo clima rinnovato, i 4’33’’ di Cage corri-
spondono a quel Salto nel vuoto del coetaneo
francese Yves Klein. Sono operazioni astratte, per-
sino filosofiche, espressione di due poli tra i quali
l’anatema della figurazione deve trovare soluzione
e rimedio. Complice la fascinazione orientale, il mi-
sticismo e le teorie dell’ordine cosmico, l’arte vive
un momento di massima sublimazione espressiva.
Di questa materia, aleatoria e imperscrutabile, si
riempie la pittura e tutto il visivo in generale: la
rappresentazione diventa trascendenza e la sua
composizione si articola attraverso nuovi paradig-
mi. Con un fiorire nuovo di segni e stili.
La pittura di Giovanna Fra è diretta emanazione
di tale atmosfera culturale. Sviluppa una ricerca
raffinata e colta, per quei continui rimandi alla
musica contemporanea e all’astrazione maturata
nell’Informale -da Cy Twombly a Vasco Bendini-
seppur non tralasciando il bisogno, evidente, di
raccontare in maniera concreta, ossia di rappre-
sentare. Per questo alterna l’uso liquido del segno
calligrafico con il controllo sistematico del mezzo
digitale; si concede la licenza liberatoria derivata
dall’Action Painting - qui riprodotta sul medio for-
mato della tela – e l’assoluzione di generare ordine
e/o disordine - in pieno stile orientale e alla manie-
ra degli artisti Gutai - dentro al caos legittimo ed
equilibrato dello spazio pittorico. Così sono anche
i titoli, primo fra tutti quel Rumore bianco che, in-
sieme a Fugaci cromie, Ninfalide e Segni in attesa,
cerca uno squarcio di luce nell’ordinario, una fuga
da quel sottofondo caotico e dalla costante ripeti-
tività del quotidiano. La gestualità ripetuta come
un mantra produce risultati sempre diversi e sor-
prendentemente unici, generando composizioni di
colore dove non esistono le categorie dello spazio
e del tempo, dove l’azione sembra provenire da un
ritmo battuto sulla frequenza impossibile di quel
“white noise”, secondo la sua definizione scien-
tifica (ovvero quel genere di rumore provocato
dall’assenza di periodicità nel tempo e da un’am-
piezza sempre costante nello spettro delle fre-
quenze sonore), finito poi direttamente nel titolo di
uno dei romanzi più celebri di Don De Lillo.
Insieme al segno, a volte controllato altre volte
automatico, anche il colore è per l’artista una so-
stanza complessa, con sottointesi biologici ed echi
naturalistici. Il colore è impronta, disegno. Lo ado-
pera calibrando le possibilità offerte sia da pixel e
software, sia dal pennello e da strumenti tradizio-
nalmente accademici. Giovanna Fra deve molto,
difatti, alla sua formazione nel mondo del restauro
e dunque alla padronanza di saperi e formule tra-
mutati in alchimie dall’abile conoscenza artigiana.
Conosce polveri e cromie, ha ottime doti manuali,
utilizza anche la fotografia con derive post inter-
net, di chi sa vedere nella tecnologia uno strumen-
to adatto a elaborare nuove declinazioni visive.
Dai primi anni Duemila l’arte di Giovanna Fra è così
cresciuta per mole e sostanza; l’artista usa da una
parte il pigmento, con la naturalezza del chimico,
dall’altra sperimenta una nuova tecnica dove il
seme dell’antica arte calligrafa è importata in un
linguaggio che potremmo definire postmoderno
astratto. C’è l’espediente liquido, con macchie
di colore antropomorfe, e quello grafico, di certi
logotipi ingigantiti in una apparenza casuale. Ri-
entrano in questa categoria le sue ultime textu-
res digitali, visionarie costellazioni linguistiche su
fondi psichedelici, fotografie al microscopio che
cercano le trame della materia e la trascrizione in
forma letteraria. Su scatti di dettagli e close up,
il fondo diventa la pagina in cui tracciare un poe-
ma di “scrittura asemica”, quel genere letterario
amato dalla poesia visiva fin dagli anni Sessanta.
Le textures di Giovanna Fra sembrano la versio-
ne rinnovata di un componimento antico e fanno
pensare alla pelle su cui, alla maniera dei Racconti
del cuscino di Peter Greenaway, scrive i propri ide-
ogrammi. Allo stesso modo la Fra usa le sue foto-
grafie come supporti per la trascrizione di textures
astratte che si intrecciano con la trama del suppor-
to digitale. Sono la sequenza disordinata ma auto-
matica di logogrammi o ideogrammi. Pitture-pa-
role-fotografie, esperimenti di fusione di analogico
e digitale, di inchiostro e photoshop, secondo una
tradizione che va da Christian Dotremont e i suoi
Logogrammes -pittore e poeta belga e fondatore,
tra gli altri, del movimento sperimentale del grup-
po COBRA- a un più recente linguaggio che sconfi-
na nella Street Art, del portoghese Nuno Matos ad
esempio, o di una certa pittura astratta di nuova
generazione, come nel caso delle esplosioni di se-
gni nello spazio della tedesca Katharina Grosse.
Attraversando la storia del genere astratto, ispi-
randosi alla musica, come gradiente di una sen-
sibilità linguistica aleatoria, impalpabile e menta-
le, riconoscendo la precisione segnica di matrice
orientale e il misticismo della cultura calligrafa e
della poesia visiva, il corpus di opere di Giovanna
Fra si articola in un linguaggio capace di entrare e
uscire in maniera disinvolta nel repertorio di una
nuova astrazione. Nuova perché contamina tec-
niche e discipline, con la certezza che la scrittura,
quella visiva, può permettersi la licenza di esplora-
re il tempo e lo spazio rimanendo sempre una cate-
goria assoluta; è la pittura in divenire, che cambia
pelle e scopre possibilità di raffinata poesia, è un
rumore bianco, oltre il tempo, senza spazio, con
una frequenza impercettibile ma costante.
Luca Beatrice
Oltre il tempo, senza spazio
“Non hanno capito. Non esiste il silenzio. Quello
che credevano fosse il silenzio, poiché ignoravano
come ascoltare, era pieno di suoni accidentali”;
nella durata del primo movimento è il vento, nel
secondo una pioggia leggera e nel terzo il fruscio
del pubblico – irritato - che si alza, commenta e se
ne va.
Così John Cage risponde alla prima presentazione