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LODOLA.FRA
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me te cilin edhe mund te duket I ngjashem.
Lodola mendon vetëm për të treguar, per të
ilustruar, është kjo detyra e tij, si te punojnë
me shkrimtarët ashtu edhe me industritë e
mëdha, me muzikantë pop ose me publicistet.
Ajo cka na ben te shohim më shpesh janë
mitet e pavetëdijshme te kolektivitetit ne
epoken e medias, muzikës, kinemase, pa
idealizuar, por duke i trajtuar ato në mënyrë
të bukur dhe argetuese, mjafton vetëm qe
çdo gjë të japet, gjithmonë si një lojë. Ne
fund ajo që ka rëndësi është kënaqësia e
efektit, komunikimi I menjehereshem, shija
e një imazhi, një stil, një objekt menjëherë I
njohur në komponentet e tij themelore, si një
siglim, një ikonë, një “logo” pa komplikime të
panevojshme. Akronimet, ikona, logot te cilat
vijnë për të jetuar në të pandërgjegjshme dhe
për të jetuar me ato po të njëjtat mite nga të
cilat kanë ardhur, duke sjellë bashkë me ta
një mekanizëm të vazhdueshëm pasqyrash
reflektuese. Te qëndrojnë ne siperfaqe por
pa qene siperfaqesore, këtu është arti i madh
I lojes se fatit te Lodolës; sepse kënaqësia
është diçka e shpejtë dhe jetëshkurtër,
ekziston vetëm në qoftë se ju nuk shkoni te
gërmoni në komplekset tona, në psikologjinë
tonë të ndërlikuar, në pakënaqësitë tona të
përjetshme.
Kjo është edhe “popullariteti” i Lodolës,
thirrja anti-intelektuale të kthehet në te
njëjtën audiencë qe i drejtohet kinemase,
televizionit, reklames, muzikës, rock star, për
të rregulluar kohët dhe mënyrat e artit
me ato të jetës bashkëkohore. Veprat
e Lodolës mund të shihen duke ecur në
një makinë ne një shtrirje urbane, jashtë
dritareve, ose në rrugën e një metroje: duhet
te jeni te sigurt se diçka prej tyre me siguri do
të mbetet në sytë dhe mendjet tona. Per sa
artistë të tjera mund të them të njëjtën gjë?
[Mirësjellje Torcular]
OMAGGIO A DEPERO 2010
Plexiglass e led
cm 300x95
OMAGGIO A DEPERO 2010
Pecikllas dhe led
cm 300x95
Vittorio Sgarbi – Note di Luce
Se dovessi indicare la prima cosa positiva
pensando a Marco Lodola, direi che non si tratta
di un artista “nuovo”, o almeno totalmente
nuovo. Non ritengo affatto che il nuovo sia
un valore positivo in arte. Lo è sicuramente
per il mercato, il vero, grande dominatore
dell’arte contemporanea, secondo una legge
del marketing moderno che è valida per i
dipinti come per le automobili: bisogna offrire
prodotti sempre rinnovati per stimolare le
vendite, promuoverli come tali, creare bisogni
indotti negli acquirenti. Quando i mercati e i
loro fedeli alleati (i critici, i collezionisti) hanno
scoperto, intorno alla metà del secolo scorso,
che l’Avanguardia si accorda perfettamente al
principio della merce nuova, l’arte è diventata
moda.
Una metamorfosi che ha quasi capovolto il
senso stesso dell’arte così come era stato inteso
fino all’Ottocento, quando si creava non per
fare qualcosa di nuovo, ma di eterno.
Assurdamente, il culto del nuovo artistica ha
finito per trasformare il passato quasi in un
nemico da combattere; solo di recente, quando
ci si è accorti che anche il passato poteva essere
a vantaggio di un nuovo sempre più richiesto,
è tornato a essere preso in considerazione.
Ci troviamo così a guardare tanta arte
contemporanea degli anni precedenti.
Con Lodola, certi pericoli dovrebbero essere
scongiurati, proprio per il suo essere “non nuovo”.
Dietro le sue sagome di plexiglass, dietro le sue
luci al neon, dietro le sue campiture cromatiche,
c’è una precisa storia dell’arte che è stata
conosciuta, meditata criticamente, rielaborata:
il Futurismo, il colorismo ritmico di Delaunay,
la Pop Art, per dire solo di ciò che sembrerebbe
più evidente. Un certo modo di ridurre la figura
a sagoma, contorno, minimo denominatore
grafico, era stato tipico del modo con cui la pop
art ha sviluppato gli spunti provenienti dalla
figurazione pubblicitaria ( si pensi, più ancora
che a Warhol e a Lichtestein, ad Allen Jones,
Tom Wesselman, James Rosenquist).
Il neon aveva avuto Dan Flavin e il
concettualismo di Mario Merz, il suo impiego
artistico più rilevante.
Ma in fondo, a ben vedere, anche Lodola
possiede una sua cifra non certo concettuale,
ma almeno minimalista, un minimalismo
della figura che è comunque esente dagli
intellettualismi o dagli slanci mistici di Flavin
e compagni. In quanto al colore, alla sua
organizzazione in stesure distinte, planari ed
uniformi, vivacissime, il riferimento immediato
è al Futurismo non tanto dei maestri fondatori,
quanto di chi con il linguaggio dei maestri è
diventato il grande compositore nei mobili,
nei tessuti, in tutto ciò che poteva essere
decorazione: Fortunato Depero; un aggancio,
quello con Depero, capace di associare Lodola
a un altro artista contemporaneo, che ha
avvertito analoghi stimoli, Ugo Nespolo, anche
se, in seguito, con un percorso formale piuttosto
diverso dal suo.
Lodola “non nuovo”, quindi, perché saggio
rispetto al passato, sul solco di esperienze
storiche che, seppure ancora attuali, sono già
patrimonio artistico, tradizione.
Ma va anche ammesso che il suo modo di essere
“non nuovo” possiede un’ originalità indubbia,
al punto da non poterlo definire né un neo-
futurista, come avrebbe voluto da giovane, né un
“post-pop”, né con qualunque altra definizione
che lo identifichi come un continuatore di
qualcosa che era stata inventata prima di lui.
Lodola è soprattutto Lodola, prima di ogni altra
considerazione.
Così è stato sentito, così è stato subito
apprezzato, così il suo essere “non nuovo” è
finito per diventare una novità rispetto al nuovo
non veo, il nuovo per il nuovo che piace tanto ai
mercati, a certi critici e a loro soltanto. Non a
caso gli esordi di Lodola sono avvenuti sulla scia
delle esperienze come i “Nuovi Nuovi” di Renato
Barilli, che così nuovi in fondo non erano. Come
in molta dell’arte dei “Nuovi Nuovi”, Lodola
ha recuperato il piacere di un’arte che non
stabilisce più differenze con l’applicazione (la
maggior parte delle sue opere sono potenziali
oggetti d’arredamento), perché l’arte – come
pensavano Depero, Delaunay, Léger – serve a
decorare e reinventare il mondo dell’uomo, a
entrare concretamente nel suo quotidiano.
Lodola ha recuperato, o forse trovato per
proprio conto il piacere di un citazionismo quasi
involontario, non ostentato, senza nessun
interesse ad apparire colto e superbo, in questo
cosi diverso dal post-moderno alla Mendini
al quale pure potrebbe assomigliare. Lodola
pensa solo a far vedere, a illustrare, é quello il
suo compito, sia che collabori con gli scrittori
o con le grandi industrie, con i musicisti pop o
con i pubblicitari. E quello che ci fa vedere più
di frequente sono i miti dell’inconscio collettivo
nell’era mass mediatica, la musica, il cinema,
senza idealizzarli, ma anzi trattandoli in modo
divertito e divertente, basta che il tutto si dia
sempre come un gioco. Alla fine quello che
conta é il piacere dell’effetto, l’immediatezza
della comunicazione, il gusto di un’immagine,
di uno stile, di un oggetto subito riconoscibili
nelle loro componenti fondamentali, come una
sigla, un’icona, un “logo”, senza altre inutili
complicazioni. Sigle, icone, loghi che giungono
ad abitare nell’inconscio e a convivere con quegli
stessi miti dai quali provenivano, confondendosi
con essi in un continuo meccanismo di specchi
riflettenti. Galleggiare, stare in superficie senza
essere superficiali, ecco il grande azzardo
dell’arte di Lodola; perchè il piacere è qualcosa
di rapido e di evanescente, esiste solo se non si
va a scavare nelle nostre complicazioni, nelle
nostre intricate psicologie, nelle nostre eterne
insoddisfazioni. È questa anche la “popolarità”
di Lodola, vocazione anti-intellettualistica a
rivolgersi allo stesso pubblico a cui si rivolge il
cinema, la televisione, la pubblicità, la musica
delle rockstar, ad adeguare i tempi e i modi
dell’arte a quelli della vita contemporanea.
Le opere di Lodola si potrebbero vedere
muovendosi in un’automobile lungo un tratto
urbano, fuori dai finestrini, oppure lungo il
percorso di una metropolitana: c’è da stare certi
che qualcosa di loro rimarrebbe certamente nei
nostri occhi e nella nostra mente. Di quanti altri
artisti si potrebbe dire altrettanto?
[courtesy Torcular]