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Possiedo da anni due profi lati di plastica di Lodola e
non so mai come metterli talvolta neppure da dove
guardarli. Mi ricordano molto i lavori di compensato
che un mio maestro elementare faceva col traforo e
che, minuziosamente dipinti ad olio, venivano dati agli
scolaretti, vuoi più bravi, vuoi più buoni, sicchè, alla fi ne
ce n’era uno per tutti, anche per il più defi ciente e per
il più cattivo. Rappresentavano pesciolini tropicali, nani,
famose regine di fi abe, casette con cagnolino, addirittura
alghe e coralli, un vero spettacolo per gli occhi, un
traguardo ambitissimo da tutti. A differenza dei lavori di
Lodola, quelli del mio maestro, avendo tutti una base,
stavano in piedi e non bisognava appoggiarli da nessuna
parte, la necessità di dare a loro un equilibrio nello spazio
non ti inquietava più di tanto e non così a lungo; sulla
copertina di un quaderno, poi, ce ne potevano stare una
mezza dozzina. Le ballerine a grandezza quasi naturale di
Lodola, tanto per dirne una, una volta appoggiate a una
parete, non si sa mai da Quale parte cadranno e ti abitui
presto a non affrontarle con una tua prospettiva in testa,
poiché esse ne hanno una propria, spesso impensabile,
davvero capricciosa, diciamo pure ostinata, sfacciata,
femminile: artistica. Dopo pochi giorni, ecco che con un
colpo d’occhio prendono a reclamare di essere spostate
da dove le hai messe, dal salone passano alla cucina,
dalla cucina al bagno, tenti anche di impiccarle con un
chiodo, ma ce ne vorrebbero almeno tre per calibrarle in
una posa umanamente verosimile. Pianti infi ne i tre chiodi
ma, oplà, ecco che l’anca ne divelle uno e la testa le va
a fi nire sotto il tutù, la lasci per punizione una settimana,
sperando che con tutta quella plastica alla testa assuma
il suo eterno nonché specializzatissimo passo di danza. Ma
un giorno rientri e vedi che si è tutta protesa verso destra
e vacilla sull’unico chiodo rimasto attaccato, pronta a
pretendere un altro trasloco, allacciata a te, non disposta
a separarsi da te, vogliosa del più segreto teatrino del tuo
vuoto in movimento... Follie così. Discorso del tutto diverso
per le lampade, molto più ubbidienti al loro padrone e
alle esigenze del suo arredamento e dei suoi ripensamenti
o stati di noia visiva: avendole viste, posso garantire che
almeno stanno in piedi, che stanno dove e come le metti.
E di questi tempi, qualcosa che sta in piedi da solo non
è roba da poco, anzi, è un fatto di per se luminoso. Ma
certo, conviverci deve essere del tutto diverso che girarci
attorno, che fai, la lasci accesa sempre, la accendi solo
quando hai ospiti, le fai fare le veci della plafoniera? E
se si guasta, chiami il restauratore, il fabbro, l’elettricista, il
gallerista? Lodola stesso? Corto circuito.
Aldo Busi
“Danzeremo senza farlo”: e infatti le coppie sono
estemporanee, accennano passi che potrebbero essere
un mambo, o forse no: sono donne vestite di verde e
fucsia, uomini dai capelli rossi in giacca viola; con la faccia
trasparente. “Invito al ballo”: coppie in abito da sera,strette
in uno slow che pare di sentire; vicine, lontane, sfarinate in
gruppetti. “La danse”: è un valzer, di certo: ci sono i violini
nel gran sottana verde smeraldo che ruota intorno al
completo pervinca di un giovanotto assai composto. “in
punta di piedi” è una classe di danza: ragazzine dai lunghi
capelli, curve in graziosi jétés.
Sono i quadri di Marco Lodola; opere: veramente. Perché
sono lavori fatti sul perspex: prima disegnato, poi tagliato
seguendo il contorno, poi dipinto da dietro. Risultano puro
colore che racconta una forma. Dice Lodola che ha
scelto il perspex perché è un materiale fresco, nuovo, che
dà subito una idea di leggerezza, di trasparenza. Appunto
la trasparenza e la leggerezza lui cercava dalla pittura.
Lodola è nato nel ’55, è sposato, separato, con una fi glia
di cui è innamorato, che ha sette anni e si chiama Anita;
è bello: e infatti ha posato e posa da fotomodello; da otto
anni è pittore. Suo padre lo voleva a dirigere la fabbrica
di famiglia: scarpe. “Mi sono venduto per due anni, poi
non ce l’ho fatta più”. Del resto aveva studiato Belle Arti:
è diventato artista. In mezzo è stato con gli Hare Khrishna,
poi con Bagwan Rajneesh: ha viaggiato in Oriente.
“Adesso non seguo più nessuno; però ho imparato molto.
Bagwan ci insegnava: se incontri Budda, dagli un pugno
in faccia. Voleva dire che, a un certo punto, bisognava
liberarsi, andarsene; a un certo punto me ne sono andato”.
Gli riesce dipingere l’allegria: e non è cosa da niente.
I suoi lavori sono già celebri e quotati in ottime gallerie
europee: ha scelto di dipingere la danza. Scene di ballo,
scene di musical di Broadway, scene dai fi lm di Fred Astaire,
il tango, il fandango, il cha cha cha. Pensa che la danza
sia un bel modo di celebrare la vita; pensa che si danza
per festeggiare, per corteggiare, per commemorare; e gli
piace imprigionare nella trasparenza del perspex, nella
vitalità dei colori, la leggerezza del movimento. I critici
dicono che appartiene alla corrente dei Neo Futuristi:
chissà. Certo appartiene alla corrente della leggerezza:
corrente assai diffi cile da seguire.
A Lodola è riuscito. Sarà un caso che il suo mercante,
l’angelo che veglia sulla sua leggerezza, sia Simona
Marchini, con la sua galleria La nuova pesa?
Antonella Boralevi