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massimo della sua idealità concepibile, senza rimasugli
di fraintendimento, senza connotazioni e signifi cati
secondari, senza frammentazione in etimi, in morfemi, in
prefi ssi, quando una parola signifi ca una sola cosa, allora
il linguaggio tocca la sostanza sotto specie di colore. Una
popolazione di campiture monocromatiche trasforma il
mondo in un planisfero di denotazioni. Che colore ha il
mondo? Di che sostanza è fatta la parola “mondo”? Che
colore ha la parola mondo? Qual è la parola che dice la
sostanza del mondo? Qual è la parola che dice il colore
del mondo? Di che colore sono fatte le parole? Che
colore allaga il linguaggio quando dico “linguaggio”? Il
lavoro di Marco Lodola coinvolge i poeti perchè e il lavoro
del nominatore. Anche quando le sue campiture sono
sconvolte dal turbamento ghirigorico delle nervature
luminose, anche quando sono frazionate da fette di
colore che intarsiano all’interno delle fi gure porzioni, tagli
e quarti da macellaio cromòtomo, anche in quel caso la
riconoscibilità immediata, gestaltica, di ciò che si vede -
di ciò che c’è - ci accoglie nella pace postbellica di un
universo dove la sostanza e la parola si sono alleate, dove il
nome ha toccato l’essere, scoprendovi una sostanza fatta
di colore. Questo ribaltamento fra sostanza e attributo, fra
forma e colore, ottenuta proprio con i mezzi riduzionistici
che solitamente mirano a cogliere la sostanza attraverso
l’espulsione degli attributi (mirano alla sovraesposizione dei
contorni, del disegno, attraverso la soppressione dei colori),
ottiene un altro risultato sorprendente: le fi gure sono fatte
di sfondo. Marco Lodola e un inesorabile sagomatore.
Oltre a eliminare i contorni interni, ritaglia le sue fi gure, le
scontorna, le priva del mondo in cui sono immerse, le sottrae
allo sfondo. Posso dunque ribaltare a mia volta la lettura
che ho fatto fi nora della fi gurazione di Lodola, e vedere
il colore delle sue porzioni come un’invasione da parte
dello sfondo. Rinunciando allo sfondo, le fi gure di Lodola
si sono a loro volta fatte sfondo. (Una lettura riduttiva, ma
non per questo meno spiritosa, potrebbe riconoscere nella
Figurazione di Marco Lodola un atto di sarcasmo sociale,
uno critica all’epoca: le fi gure individuali che popolano le
sue assenze di sfondo non sono nient’altro che sfondo. La
fi gura è sfondo, il primo piano che occupa lo spazio della
fi gura riesce appena a mostrare una dignità di sfondo, è
sostanziato dalla piattezza di una campitura di colore.)
Con il simbolo della matitina che si muove sullo schermo
lasciando una traccia, disegno il contorno di una Figura.
Poi, dalla barra degli strumenti scelgo la modalità di
riempimento del colore: e simboleggiata da un minuscolo
secchiello inclinato che sta versando pittura dall’orlo.
Seleziono un colore nella tavolozza. Ora posso colorare la
mia fi gura, puntando il secchiello all’interno del contorno,
basta cliccare. È a questo punto che, con mio disappunto, il
colore deborda fuori dalla fi gura che volevo riempire, copre
lo spazio intorno. Allaga le porzioni adiacenti del disegno
fi nche non trova un argine che lo fermi: per esempio, un
cerchio più grande che racchiude quella fi gura. Ma se
non trova nessun contorno contenitore, il colore ricopre
tutto il resto del disegno, divora tutto lo sfondo. Che cos’e
successo? È successo che il contorno non era stato chiuso
perfettamente. Da qualche parte, mancava un segmento,
magari anche impercettibile: quindi, sullo schermo, quello
che a me sembrava un poligono era solamente una linea
spezzata, quella che mi pareva un’ellisse era soltanto una
linea curva, con una piccola smagliatura nel contorno
che aveva permesso l’allagamento di colore della
fi gura adiacente, o della fi gura contenitrice, o addirittura
dello sfondo. (Questo allagamento aveva un esito quasi
spettacolare nei computer prodotti fi no a qualche
anno fa. I microprocessori erano meno potenti, perciò
il riempimento di colore non avveniva fulmineamente
come oggi. La campitura si colorava in qualche decimo
di secondo, stendendosi come una piccola serranda, una
tapparella che riempiva la forma scendendo a poco a
poco, arrivava all’apertura del contorno mal chiuso, e
si propagava anche all’esterno con un supplemento di
durata.) Dev’essere successo qualcosa di simile anche al
nostro mondo. I contorni non sono stati chiusi, e all’interno
di alcune porzioni di superfi cie un colore ha debordato e
ha ricoperto tutto fi no a che non ha trovato un argine più
forte. Esistono dunque argini che sono chiusi male, oppure
sono troppo deboli per contenere una forma. Esistono colori
dalla forza contratta, non aspettano altro che di esplodere
erompendo fuori dai contorni che li trattengono. Le fi gure
di Marco lodola sembrano calme. L’equilibrio e stato
raggiunto, non c’è più tensione fra le porzioni interne che
strutturano una fi gura, ogni elemento ha raggiunto la sua
uniformità, non c’è più niente da discutere, la marmaglia
di particolari che nel resto del mondo guazzabugliano
all’interno delle superfi ci è stata zittita, l’omogeneità si
è dispiegata, il colore ha steso il suo velo di purezza. Le
fi gure di Marco Lodola, che sembrano così pacifi cate,
sono immagini che hanno raggiunto questa pace dopo
una vicenda di brutalità e sopraffazioni. Ogni colore ha
vinto su tutti gli altri debordando dai suoi contorni, e si
è accampato imperialisticamente fi no alla frontiera del
colore confi nante che non gli ha permesso di invadere il
proprio territorio. Marco Lodola dunque ci racconta una
storia violentissima, e comincia il suo racconto alla fi ne della
guerra. II nuovo ordine cromatico si è instaurato nel mondo,
Le fi gure sono diventate mappe geopolitiche da colorare
ciascuna con un unico colore nazionale. Esiste lo Stato del
Volto, l’lmpero dell’Abito, la Confederazione del Bikini e
delle Scarpe. Che cosa succederà quando ricomincerà
la guerra? Che regione verrà invasa dai capelli? E le mani,
le mani che cosa pretenderanno di annettersi? Mentre
scrivo ho qui accanto il mio letto. I nodi del legno sono
più scuri, contengono le stratifi cazioni in espansione che
si sono succedute nel corso degli anni durante la crescita
dell’albero, in piccoli cerchi concentrici. Per fortuna che
tutti questi cerchi sono ben contornati, altrimenti il resto
del legno sarebbe stato allagato dal colore marrone
scuro del nodo. Per fortuna che il contorno del mio letto
e ben delineato, altrimenti le mie lenzuola, le pareti della
mia stanza, il vetro della fi nestra, il condominio di fronte, il
cielo, il sole, la Via Lattea sarebbero tutti marrone scuro. Per
fortuna che i contorni delle mie iridi sono ben delineate,
altrimenti sarei tutto verde dalla testa ai piedi. Per fortuna
che i confi ni fra i denti e le gengive sono ben delineati,
altrimenti i miei denti sarebbero rosacei.
Qual è il desiderio di Lodola? È lo stesso desiderio di Paolo
di Tarso e Giovanni di Betsaida, di Gottfried Wilhelm Leibniz,
di Friedrich Ludwig Gottlob Frege. Il vostro linguaggio sia
si, si, no, no. A ogni parola, un signifi cato. A ogni signifi cato,
un referente. A ogni referente, un oggetto. A ogni oggetto,
un colore. Nessun fraintendimento. Nessuna distinzione.
Quando dico: “volto”, se lo dico in lingua lodoliana
intendo una superfi cie dove ha prevalso un solo e unico
signifi cato non scomponibile. Non ho più bisogno di
descrivere occhi, palpebre, rughe, sopracciglia, gote,
bulbi piliferi, labbra, pupille, vene sottopelle, carnagione,
narici, peluria all’interno delle narici, frammenti di polvere
trattenuti dalla peluria delle narici, microscopici acari che
divorano i frammenti di polvere, parassiti microbici che
gozzovigliano sullo groppa degli acari pulverivori, batteri
che infestano gli sfi nteri dei parassiti. La lingua lodoliana
ha realizzato la denotazione pura. La denotazione pura e
dissolvimento dei lineamenti interni. La denotazione pura
è, sorprendentemente, colore e non sostanza.
O meglio: sorprendentemente, il colore é sostanza,
e la sostanza é colore. Quando la lingua funziona al
Tiziano Scarpa