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Ciao Lodola! Ho pensato a lungo alla domanda che mi hai
fatto l’altra sera: “Come racconteresti il tuo rapporto con
le mie opere? Per quale motivo ti affascinano tanto? Cosa
ti comunicano?” Non mi ero mai posto il problema. Come
quando sento una canzone che avrei voluto scrivere
ma che, sfortunatamente per me, ha scritto un altro: non
riesco a scomporla e analizzarla, semplicemente mi siedo
li, la lascio andare in modo che mi scorra addosso e che
faccia vibrare l’aria intorno a me, l’ascolto rimbalzare sulle
pareti della casa o sulle modanature in fi nta radica della
macchina, percepisco passivamente il suo fondersi con
l’ambiente circostante come se ne avesse fatto parte da
sempre. Forse è esattamente questo il punto. Di fronte alle
tue opere non mi sono mai sentito in imbarazzo: mai viste
come altro da me, come l’Arte che dall’alto ti guarda e
guai se non la cogli in tutte le sue sfumature. Tale confi denza
percettiva non dipende da quella sorta di empatia che si
crea tra persone che si conoscono e che frequentano lo
stesso habitat, perchè come sai, pur essendo concittadini
e quasi vicini di casa, ti ho conosciuto prima come artista
che come amico; piuttosto a mettermi a mio agio credo
sia sempre stata la capacita delle tue opere di non
imporsi alle mie emozioni, bensì di interagire con esse
fornendo loro una sorta di “colonna visiva”, esattamente
come la musica sa essere “colonna sonora” di stati
d’animo non necessariamente identici a quelli provati
dall’autore nel momento della composizione. Ricordo
ancora la sensazione che ho provato la prima volta che
ho visto le tue sculture luminose installate su un mio palco:
e inspiegabile come quei giganteschi monoliti di luce e
colore non intimidissero i ragazzi, perlopiù adolescenti, che
occupavano le prime fi le del concerto. Essi semplicemente
ne rimanevano affascinati, si lasciavano riempire gli occhi
da quello spettacolo, si lasciavano scivolare sulla pelle
quelle forme luminose come se avessero da sempre fatto
parte del loro immaginario emotivo. Mi rendo conto che
se un critico d’arte, un gallerista, un collezionista o anche
un semplice appassionato dovesse leggere una cosa del
genere probabilmente inorridirebbe; quindi credo che non
ti servirà a un granché come prefazione di un catalogo.
Però colgo l’occasione per confermarti l’appuntamento
delle otto al ristorante!!! Ci vediamo direttamente dentro.
A più tardi.
Max Pezzali
Max Pezzali
Le opere di Marco Lodola le ho amate subito. La semplicità,
la stravagante eleganza del suo linguaggio giungono
immediatamente piacevoli, un pò come la prima volta
che ascoltai i Velvet Underground, da subito morbidi e
seducenti. Ama la musica Marco, è rocker nell’anima.
Stones e Hendrix il suo patrimonio sonoro. Curiosamente,
però, la sua forza si nasconde dove l’elemento rock-pop
incontra il romanticismo del vecchio continente. Usa ed
Europa, equilibrio e movimento si rincorrono alla ricerca di
una serenità perduta, le sue forme mi “arrivano” più che gli
Stones, come le traballanti geometrie dei Talking Heads,
la malinconica comicità di Woody Allen, l’America si, ma
quella di Wenders. Figlio della ricca e operosa provincia
pavese, Lodola proietta il suo viaggio sull’incerta via
dell’arte: la sua Lombardia diventa la Trieste di Svevo,
la Lubecca di Mann o, perchè no, la Brescia dei Timoria.
Un angolo nebbioso come osservatorio del mondo. In
questo si, ho trovato un sentimento vicino al mio: il punto
di partenza per un percorso comune.
Omar Pedrini