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“cattivo gusto”. Ma in questo risiede l’analogia stilistica
tra i due artisti: entrambi, in modo diverso, ci presentano
un racconto alla seconda, una storia, un’emozione
sviluppata mediante proliferazioni secondarie; ciò che
viene presentato non è un semplice dato informativo
preso do chissà quale rivista o archivio fotografi co, bensì
un’idea dimostrata alla seconda, l’istante che precede
l’azione bloccato e congelato attraverso un controllo
totale della scena, estraniata al limite dell’anonimia
prodotta dalla manipolazione artistica. Ecco perchè i nostri
due si sono trovati, si sono piaciuti e si sono frequentati
tanto da disseminare l’uno nello stile dell’altro brandelli
del proprio atteggiamento stilistico: è l’amore per il colore
(e quale migliore occasione della mostra voluta dalla
Fondazione Maimeri?) che li conduce attraverso nuove
sperimentazioni, anche se i colori di Marco Lodola sono
primari, puri e affi ancati gli uni agli altri, mentre i “battiti
cromatici” di Andy sono “sporchi”, irreali, dichiaratamente
plasticasi e fl uorescenti.
Sono comunque i colori di un’esperienza portata avanti
negli anni, l’uno con la ricerca artistica, l’altro con la ricerca
musicale ma entrambi uniti dalla progressiva ossessione
di affi ancare all’idea, a un’immagine condivisa, la giusta
colonna sonora-cromatica in grado di rendere in tutto
unico e indimenticabile.
Ho assistito personalmente alla nascita della profonda e
profi cua amicizia, non solo professionale, tra Marco Lodola
e Andy. Coinvolto personalmente e affascinata dalla
sinergia comunicativa che si stava creando fra questi due
miei cari amici, per un istante ho immaginato di trovarmi
all’interno di un paragrafo di un qualsiasi manuale di storia
dell’ arte dove si narra del fortunato incontro fra due realtà
molto diverse che insieme hanno “prodotto” energia visiva
intercambiabile, al punto di essere ricordati come evento
storico artistico. Inizialmente due realtà artistiche come
quelle di Marco Lodola e di Andy potrebbero, a un primo
sguardo, avere poco do spartire. Si potrebbe pensare che
sia la musica il fi lo conduttore dei loro incontri, e in parte
lo è, ma ciò che sta crescendo fra le mura del “paese dei
balocchi artistici” Lodolandia è in verità una collaborazione
fatta di notti insonni a colloquiare sui più diversi problemi
artistici e visivi, di scambi di colori e idee, occhi doloranti
per le troppe immagini condivise in fase di studio e
dita indolenzite per la musica suonata come valvola di
sfogo ma anche come forma di “apprendimento” e
conoscenza reciproca. Contestualizzando con la fantasia
il tutto sopra narrate è chiaro che torna alla memoria la
Factory di Andy Warhol fra il 1964 e il 1967 quando i Velvet
Underground crearono, con l’aiuto del capostipite della
pop art, l’aria surreale e fi abesca di una dimensione dove
il diverso poteva interagire in ogni forma possibile d’arte.
Anni di sperimentazione, di stravolgimenti, di coinvolgimenti
sociali, anni in cui il singolo poteva esprimersi come
meglio credeva in un’anarchia creativa dove la minima
vibrazione poteva tramutarsi in un cortometraggio, in un
video artistico, in una serie fotografi ca, in un racconto,
in un quadro, in un disco. Le cose sono decisamente
cambiate: la singola libertà creativa viene sempre
più fi ltrata dal sociale che ci circonda, da un modus
operandi artistico sempre più simile e globale dato per
lo più dall’abbattimento delle distanze. Distanze non
solo geografi che ma anche interpretative che un luogo
come Lodolandia ma soprattutto la curiosità di un artista
come Marco Lodola ha saputo abbattere a favore di
uno scambio continuo di energia, conoscenze e rifl essioni
personali. Mi piace pensare a questo luogo come a un
non-luogo, così come lo concepiva Marc Auge, ovvero
uno spazio si Fisico ma al contempo assolutamente
neutro, in grado di trasformarsi all’occorrenza in uno studio
di registrazione, in un salotto, in un salone per le feste
(anche quando la Festa è per una splendida bambina
di sette anni!) e soprattutto in uno studio d’artista dove
l’interazione è data in una sorta di work in progress da
fi gure professionali le più diverse fra loro. Mi concedo la
libertà interpretativa di immaginarmi Lodolandia come
il caffè artistico condiviso dalle più famose avanguardie
artistiche del Novecento appena trascorso, una su tutte il
futurismo. Dibattiti, musica, performance, dialoghi continui
sull’idea di una nuova forma artistica in divenire che nel
nostro caso non risiede tanto nelle singole interpretazioni
ma nelle idee condivise e dimostrabili in occasione della
mostra Sinestesie di Palazzo Durini. Tutto quello che si avrà
modo di vedere in questa anomala personale di Lodola
è il suo amore per le arti in genere (e le sue molteplici
collaborazioni lo testimoniano) e per la sempre più ferma
considerazione che l’artista contemporaneo non ha più
paura di “sporcarsi” con altre forme d’arte. Abbattuti
fi nalmente i generi di appartenenza, scardinate le
pregiudizievoli affermazioni che l’artista debba far parte
di una situazione o di un movimento specifi co, ecco
svelarsi all’occhio anche dello spettatore più distratto
un numero considerevole di personalità in grado di
spaziare dal quadro all’installazione, dalla fotografi a al
cortometraggio. Questo e molto altro è Marco Lodola.
Questo e molto altro è Andy. Diversi ma simili nell’intento
di confrontarsi con dimensioni differenti in grado di
stimolare la loro curiosità di artisti visivi con un enorme
potenziale. E da questo medesimo potenziale, ovvero la
curiosità di entrare non solo dentro la realtà ma dentro le
possibili dimensioni che il reale può contenere, si muove la
ricerca, seppure differente, di entrambi. Sia Marco Lodola
che Andy partono da una matrice, ovvero un immagine
precostituita che nel caso di Lodola si presenta come
la classica fotografi a ripescata da una qualsiasi rivista,
mentre nel caso di Andy è lui stesso che progetta e coglie
l’istante di una situazione, fotografandola e rendendola
“permanente” nell’accezione barthesiana del concetto di
scatto fotografi co. Entrambi partono da un messaggio, da
una traccia, da un ricordo, da un punctum che li ha colpiti
al punto tale da ripescare la medesima atmosfera per poi
piegarla alla propria prassi artistica. Marco Lodola però ci
ripropone il tutto attraverso la secondarietà non solo della
manipolazione dell’immagine stessa (ovvero cogliere
l’istante e poi “proporlo” tenendo fede all’annullamento
dei dati riconoscibili di tale immagine e moltiplicandola in
una serialità ripetuta) ma anche mediante l’uso di materiali
extrartistici che ancora di più estraniano la primigenia
dell’immagine utilizzata. Andy, al contrario, sfrutta il
potenziale fotografi co attraverso un approccio primario,
ovvero ci ripropone la stessa immagine, deformata però
attraverso l’uso di cromie estranianti, fi ttizie e al limite del
Fabiola Naldi