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Paolo STACCIOLI
IL PRIMATO DELLA STORIA
PAOLO STACCIOLI
IL PRIMATO DELLA STORIA
P
aolo Staccioli o del primato della Storia. È con
la Storia, infatti, che se la vede il Maestro, con la
sua agile vitalità. È in quell’ambiente ostile alla
presa di coscienza e spaventevole, per i più, la Storia, ap-
punto, che egli confortevolmente opera. Permettendosi
addirittura interpretazioni che denotano la sua profon-
dissima confidenza con esso. Si vede bene, questo, in
Viaggiatori con sfera (2009 ceramica a lustro, h cm 187
/ 195) dove la sfera è il mondo con tutto il suo passa-
to, la perfezione platonica del Tempo e dello Spazio, la
possibilità di un accesso altrove rispetto al presente in
cui pur l’opera abita. La confidenza, nutrita di grazia e
intelligenza, appare evidentissima nella Guerriera (2006,
ceramica a lustro, h cm 197) eco di un ancestrale perio-
do di matriarcato, sorta di Grande Madre rinnovata che
lo scultore dota della corazza tipica della femminilità e
che esula dai parametri contemporanei del femminile,
unicissima in questo, a dichiarare l’unicità di uno sguar-
do, quello di Staccioli, distante anni luce e del tutto altro.
Sconosciuta è, infatti, la figura della Guerriera, nel no-
stro contemporaneo se si escludano i ricordi, non edi-
ficanti, delle donne guerriere di Gheddafi, ad esempio,
di cui il non rimpianto rais amava circondarsi. Non ne
ritrovo altre, nel nostro immaginario collettivo di con-
temporanei, e questa opera, per questo e non solo, mi
sembra così alta e così immensa da costituire il simbolo
stesso di quello che lo sguardo d’artista dovrebbe essere.
Mi sono dilungata e mi dispiace ma certe opere di Stac-
cioli, come questa, appunto, sopra menzionata, hanno il
potere quasi taumaturgico di strapparci dal momento
presente e condurci in un presente più alto, nel quale
riecheggiano modi di vita e dimensioni dell’anima. Sol-
levato questo velo, tutto diviene più morbido e solare,
acceso di una luce calda e umana e tutto questo a ben
vedere è in fondo, quella misteriosa grazia di Staccioli,
la sua capacità di catturare gli emozionanti rossori e i
“tremuli palpiti” della Storia. Tutto nella sua arte avviene
per necessità e la Guerriera (2011, bronzo, h cm 175) o
il Dondolo con due figure, maschile e femminile (2010,
bronzo e acciaio Corten, h cm 170, larghezza totale cm
220) o i Viaggiatori con sfera (vedi sopra) nascono come
nascono le piante dal seme, con la spontanea potenza
della vita che attecchisce sempre e ovunque, attraverso
quel canale di energia artistica che è Paolo Staccioli. In
questo senso, le sue opere sono necessarie, come neces-
saria è l’acqua, l’aria, la luce e il grande merito dell’artista
è quello di non opporre alcuna resistenza a questa sua
vocazione, di prestarsi spontaneamente e senza difese
all’operare dell’energia e di saperla plasmare, lavorare,
piegare e innalzare al suo livello più alto. Tutto questo
con ironia, si badi bene, complemento costante della
grazia e dell’intelligenza, aggettivo ineliminabile quan-
do si parli di grande arte che smuove blocchi di dimen-
ticanza e apre vie non percorse da tempi immemorabili,
che spalanca a nuove visioni le vecchie vedute e riempie
di meraviglia e stupore. E questo perché le opere dell’ar-
tista si nutrono della materia altissima del Tempo e della
Storia, vivificata dalla maestria profonda del tocco sul-
la materia terra che si fa scultura, che l’artista sdogana
dall’immaginazione monocroma che ne abbiamo noi
contemporanei. Le ceramiche, i bronzi palpitano di vita,
cortei arredati di musica, gruppi di uomini, navi e carri
e torri e folle che ricordano i cortei di Murlo o la proces-
sione di Tarquinio nella Maremma nebbiosa e incantata
di qualche millennio fa. O ancora non ricordano niente,
per chi non abbia sufficiente dimestichezza con la storia
nostrana, e allora divengono fantastici precursori della
fantasia e della creatività, intesa nel senso più alto, divi-
na. Sì, perché di divino si tratta e divino è il pensiero che
muove l’artista a plasmare nella dura materia del bronzo
o nella più morbida terra il prodotto unico e altissimo
delle sue sinapsi. Non è un caso che egli svolga proprio
così la sua arte, approfondendo e inspessendo il nostro
sottile contemporaneo, con lo scopo di renderlo più for-