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L’aspetto che più colpisce nell’arte di Marco Lodola è il
modo singolare con cui la luce, i colori, le forme delle sue
opere richiamano l’esperienza quotidiana e le immagini
che ci accompagnano ogni giorno nelle metropoli nelle
quali viviamo.
Quella di Lodola è un’arte per tutti, che tutti sono in grado
di comprendere e apprezzare, perché rappresenta la
vita di tutti i giorni. I suoi personaggi senza volto, le sue
macchie di colore e le sue fi gure senza dettagli, sono
rappresentazioni simboliche moderne eidos che alludono
ai molteplici e diversifi cati aspetti della realtà che si impone
nella sua immediatezza attraverso la semplicità delle forme
stilizzate. E d’altra parte, l’idea è in ultima analisi – anche in
senso etimologico – “forma, fi gura, modello”, qualcosa di
offerto alla vista, rappresentazione schematica e visibile.
Le sculture di Lodola sono paragonabili ad idee quali
forme intelligibili e visibili del reale, di una realtà che può
essere percepita con gli occhi della mente, ma anche
con la visione delle sue luci e dei suoi colori.
Il mondo che viene rappresentato è un mondo attivo
e allo stesso tempo pieno di gioia, dinamico, piacevole
e festoso, fatto di luce e di spettacolo, di colore e di
vivacità.
Gli angeli danzanti, i velocipedi ed i cavalli, gli acrobati, i
ballerini e gli sportivi, grazie al perspex ed al colore acrilico
usati dall’artista sono immagini e materiali di un mondo
moderno, poliedrico, in continuo movimento. La luce che
attraversa i colori, come nella pubblicità urbana delle
metropoli moderne, come nelle insegne luminose dello
spettacolo, accentua questi effetti ed accresce il richiamo
per l’attenzione dello spettatore/osservatore.
La lucentezza della composizione riempie di vivacità
tutta l’opera, ne fa un punto di riferimento luminoso che
squarcia l’oscurità, sconfi gge l’angoscia, rappresenta la
musica, lo spettacolo, l’arte del nostro quotidiano, il ritmo
ed il colore della vita contemporanea.
A cavallo tra pop-art e rappresentazione pubblicitaria,
tra cinema – che ha bisogno di luce per attraversare la
trasparenza della pellicola – fumetto, tra le più recenti
forme artistiche ispirate alle nuove tecnologie ed i neon
di una metropoli dalla vita pulsante, l’opera di Lodola
trasmette l’immagine di una realtà in movimento, un
messaggio estetico di grande chiarezza, effi cace perché
di grande semplicità.
Un messaggio universale che proviene da un’arte non
di élite, ma che rinvia all’esperienza di ciascuno di noi.
Oggetti e tecniche di uso quotidiano, in un mondo fatto
di spettacolo, di arte come veicolo di comunicazione, di
messaggi estetici destinati al grande pubblico. Un’arte
“sociale” quindi, che interpreta in modo vivace il nostro
modo di vivere e ne rappresenta gli aspetti positivi: non
il grigio dei fumi e del cemento; ma i colori e le luci del
quotidiano.
Alcune opere di Marco Lodola mi sono particolarmente
care perché le ho avute vicine durante la mia permanenza
a Bruxelles e nel corso del Semestre di Presidenza italiana
dell’Unione Europea.
Una “Coppia Imperiale”, una scultura che rappresenta un
alto dignitario e la sua consorte, ha accolto sulla soglia
della mia Residenza ospiti e personalità con grande
cortesia ed altrettanta discrezione. Le sue luci ed i suoi
colori sono stati la prima immagine offerta a chi veniva
per partecipare ad incontri al più alto livello, ma anche
per vivere quell’atmosfera italiana che abbiamo sempre
cercato di creare attorno a tutti gli eventi.
Una Venere luminosa congedava invece i visitatori della
Mostra sulla Venere di Urbino, una tra le più prestigiose
manifestazioni artistiche organizzate durante il Semestre.
L’itinerario attraverso la rappresentazione dell’ armonia e
della bellezza femminile nei secoli, realizzato con l’aiuto
Umberto Eco ed Omar Calabrese, si apriva con il celebre
dipinto di Tiziano e si chiudeva con l’opera di Marco
Lodola. Alla “Venerea” era stato affi dato il compito di
trasmettere al visitatore un messaggio: l’arte italiana di
oggi è la continuazione ideale di quella dei secoli passati,
ammirata, studiata, imitata e punto di riferimento per tutta
l’Europa.
Umberto Vattani
Se dovessi indicare la prima cosa positiva pensando a
Marco Lodola, direi che non si tratta di un artista “nuovo”, o
almeno totalmente nuovo. Non ritengo affatto che il nuovo
sia un valore positivo in arte. Lo è sicuramente per il mercato,
il vero, grande dominatore dell’arte contemporanea,
secondo una legge del marketing moderno che è valida
per i dipinti come per le automobili: bisogna offrire prodotti
sempre rinnovati per stimolare le vendite, promuoverli
come tali, creare bisogni indotti negli acquirenti. Quando
i mercati e i loro fedeli alleati (i critici, i collezionisti)
hanno scoperto, intorno alla metà del secolo scorso, che
l’Avanguardia si accorda perfettamente al principio della
merce nuova, l’arte è diventata moda. Una metamorfosi
che ha quasi capovolto il senso stesso dell’arte cosi come
era state inteso fi no all’Ottocento, quando si creava non
per fare qualcosa di nuovo, ma di eterno. Assurdamente, il
culto del nuovo artistico ha fi nito per trasformare il passato
quasi in un nemico da combattere; solo di recente,
quando ci si è accorti che anche il passato poteva
essere a vantaggio di un nuovo sempre più richiesto, è
tornato a essere preso in considerazione. Ci ritroviamo
cosi a guardare tanta arte contemporanea degli anni
precedenti. Con Lodola certi pericoli dovrebbero essere
scongiurati, proprio per il suo essere “non nuovo”: Dietro le
sue sagome di plexiglas, dietro le sue luci al neon, dietro le
sue campiture cromatiche, c’è una precisa storia dell’arte
che è stata conosciuta, meditata criticamente, rielaborata:
il Futurismo, il colorismo ritmico della Delaunay, la Pop
Art, per dire solo di ciò che sembrerebbe più evidente.
Un certo modo di ridurre la fi gura a sagoma, contorno,
minimo denominatore grafi co, era stato tipico del modo
con cui la Pop Art ha sviluppato gli spunti provenienti
dalla fi gurazione pubblicitaria (si pensi, più ancora che a
Warhol e a Lichtenstein, ad Allen Jones, Tom Wesselmann,
James Rosenquist). Il neon aveva avuto in ambiti per la
verità distanti da Lodola, il minimalismo di Dan Flavin e
il concettualismo di Mario Merz, il suo impiego artistico
più rilevante. Ma in fondo, a ben vedere, anche Lodola
possiede una sua cifra non certo concettuale, ma almeno
minimalista, un minimalismo della fi gura che è comunque
esente dagli intellettualismi o dagli slanci mistici di Flavin e
compagni. In quanto al colore, alla sua organizzazione in
stesure distinte, planari e uniformi, vivacissime, il riferimento
immediato è al Futurismo non tanto dei maestri fondatori,
quanto di chi con il linguaggio dei maestri è diventato
il grande compositore nei mobili, nei tessuti, in tutto ciò
che poteva essere decorazione: Fortunato Depero;
un aggancio, quello con Depero, capace di associare
Lodola a un altro artista contemporaneo che ha avvertito
analoghi stimoli, Ugo Nespolo, anche se, in seguito, con
un percorso formale piuttosto diverso dal suo. Lodola
“non nuovo”, quindi, perchè saggio rispetto al passato, sul
solco di esperienze storiche che, seppure ancora attuali,
sono gia patrimonio acquisito, tradizione. Ma va anche
ammesso che il suo modo di essere “non nuovo” possiede
un’originalità indubbia, al punto da non poterlo defi nire
nè un neo-futurista, come avrebbe voluto da giovane, ne
un “post-pop”, nè con qualunque altra defi nizione che lo
identifi chi come un continuatore di qualcosa che era stata
inventata prima di lui. Lodola é soprattutto Lodola, prima di
ogni altra considerazione. Cosi é stato sentito, così é stato
subito apprezzato, cosi il suo essere “non nuovo” é fi nito per
diventare una novità rispetto al nuovo non vero, il nuovo per
il nuovo che piace tanto ai mercati, a certi critici e a loro
soltanto. Non a caso gli esordi di Lodola sono avvenuti sulla
scia di esperienze come i “Nuovi Nuovi” di Renato Barilli, che
così nuovi in fondo non erano. Come in molta dell’arte dei
“Nuovi Nuovi”, Lodola ha recuperato il piacere di un’arte
che non stabilisce più differenze con l’applicazione (la
maggior parte delle sue opere sono potenziali oggetti
d’arredamento), perchè l’arte - come pensavano Depero,
Delaunay, Leger - serve a decorare e reinventare il mondo
dell’uomo, a entrare concretamente nel suo quotidiano.
Lodola ha recuperato, o forse trovato per proprio conto il
piacere di un citazionismo quasi involontario, non ostentato,
senza nessun interesse ad apparire colto e superbo, in
questo cosi diverso dal post-moderno alla Mendini al
quale pure potrebbe assomigliare. Lodola pensa solo a far
vedere, a illustrare, é quello il suo compito, sia che collabori
con gli scrittori o con le grandi industrie, con i musicisti
pop o con i pubblicitari. E quello che ci fa vedere più di
frequente sono i miti dell’inconscio collettivo nell’era mass-
mediatica, la musica, il cinema, senza idealizzarli, ma anzi
trattandoli in modo divertito e divertente, basta che il tutto
si dia sempre come un gioco. Alla fi ne quello che conta é il
piacere dell’effetto, l’immediatezza della comunicazione,
il gusto di un’immagine, di uno stile, di un oggetto subito
riconoscibili nelle loro componenti fondamentali, come una
sigla, un’icona, un “logo”, senza altre inutili complicazioni.
Sigle, icone, loghi che giungono ad abitare nell’inconscio
e a convivere con quegli stessi miti dai quali provenivano,
confondendosi con essi in un continuo meccanismo di
specchi rifl ettenti. Galleggiare, stare in superfi cie senza
essere superfi ciali, ecco il grande azzardo dell’arte di
Lodola; perchè il piacere è qualcosa di rapido e di
evanescente, esiste solo se non si va a scavare nelle nostre
complicazioni, nelle nostre intricate psicologie, nelle nostre
eterne insoddisfazioni. È questa anche la “popolarità” di
Lodola, vocazione anti-intellettualistica a rivolgersi allo
stesso pubblico a cui si rivolge il cinema, la televisione, la
pubblicità, la musica delle rockstar, ad adeguare i tempi
e i modi dell’arte a quelli della vita contemporanea. Le
opere di Lodola si potrebbero vedere muovendosi in
un’automobile lungo un tratto urbano, fuori dai fi nestrini,
oppure lungo il percorso di una metropolitana: c’è da
stare certi che qualcosa di loro rimarrebbe certamente
nei nostri occhi e nella nostra mente. Di quanti altri artisti si
potrebbe dire altrettanto?
Vittorio Sgarbi