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Per un incontro artistico ogni punta del mondo può
andare bene. Può essere un caffé parigino - nella migliore
tradizione delle avanguardie - o una bocciofi la di paese:
può essere la casa di un’amante comune, un ascensore,
una casuale spallata per la strada, anche un insulto.
Non c’è bisogno di spazi particolari, di atmosfere rare.
L’hazard, il destino, il karma, chiamatelo come volete,
traccia le nostre righe e gli incroci più bizzarri. Per noi -
per Marco Lodola e Marco Lodoli - il nome fu la piazza
di ritrovo. Sono almeno due secoli, del resto, che il tema
del doppio stimola e preoccupa la mente umana. La
nostra strangolata identità vacilla da parecchio, e non
ci soddisfa più il teorema cartesiano: penso, è vero, ma
qualcuno pensa insieme a me - sono, è vero, ma tutto e
insieme a me. Sentimenti e rifl essioni non ci garantiscono
più d’essere un chiodo piantato solidamente in un punto
preciso del tempo e dello spazio: sentiamo, rifl ettiamo,
ma in un territorio allentato, in una sfera spesso caotica e
talvolta miracolosamente armoniosa. “Qui giace un uomo
il cui nome era scritto nell’acqua”, si legge sulla tomba di
Shelley, e nient’altro. Dunque neppure il nome ci identifi ca
più di tanto, a meno che non vogliamo credere di essere
davvero e soltanto quelle quattro righe sulla carta
d’identità. Così è stato un motivo di gioia sapere che nel
nord Italia lavorava un artista felice - felice quanto si può
esserlo oggi - che in qualche modo misteriosamente mi
corrispondeva e m’allargava. Io ho scritto pagine piuttosto
amare, senz’altro sincere, ma forse incomplete nella loro
ostinata desolazione. Sentivo di possedere anche l’allegria,
ma non riuscivo a girare la medaglia, stavo fi sso sullo stesso
duro profi lo. Poi ho incontrato Marco Lodola e qualcosa
s’è sbloccato. In lui - in me, ovunque - ho visto la danza e
il colore, la fi ducia. Anche per questo è nato “I fannulloni”
e la copertina di quel libretto brutto e malinconico è stato
un dono meraviglioso di Marco Lodola. Quindi è uscita
un’altra favola (“Crampi”) e di nuovo in copertina c’è
stata una bella immagine dipinta da Marco. E quest’anno
la trilogia si completerà con “Grande circo invalido”. La
medaglia ruota veloce nell’aria: testa, croce, luce, ombra,
non si sa, e un frullo sospeso, una girandola che non vuole
fi ssarsi, che rinfresca.
Marco Lodoli
Si sa: un “post”, un “neo”, un “iper”, un “meta”, un “trans”,
un “super”, un “pulp”, oggi non si negano più a nessuno.
Come una volta il sigaro toscano e la croce di cavaliere.
Che cos’è la televisione? E post-televisione, rispondono i
Pensatori di oggi. Che cos’è l’erotismo? È neo-erotismo.
Che cos’è la letteratura? È meta-letteratura. Che cos’è la
realtà? È iperrealtà. Che cos’è una banana? Semplice: una
trans-banana. E via così, coi prefi ssi che attaccano tutto
ma non signifi cano niente. Allora, l’arte contemporanea
è un mirabolante niente? “Oh, che il Niente sia troppo!”,
auspicava Baltasar Gracian, prevedendo forse il divenire
universale di Internet. Voi non amate il Niente? È un vostro
problema di arte-riosclerosi... l’arte contemporanea, si sa,
non è un’entità concreta, afferrabile: il suo territorio non è
defi nito da un signifi cato che ne fi ssa i confi ni, ha una sua
complessa friabilità che ne sfuma i contorni. E allora, in un
mondo dove niente è vero e tutto è verosimile, bisogna
trattare il male con il male, la virtù con il virtuale, la bellezza
con la monnezza, con un sospiro di leggerezza. È quello
che fa Marco Lodola. Il suo “marchio di riconoscimento” è
rappresentato dalla plastica. Questa anonima e ributtante
sostanza organica ad alto peso molecolare, misero
sottoprodotto del petrolio, robaccia per meno abbienti
amanti del cattivo gusto, e il “corpo” artistico di Lodola.
Con la sua presenza fredda e distaccata - materiale
così fl essibile e leggero da divenire quasi “immateriale” la
plastica cancella ogni profondità psicologica e le opere
dell’artista diventano la celebrazione della superfi cie.
Ecco, l’unico sentimento che sembra governare l’opera
di Lodola e una splendente, tragico superfi cialismo,
con una intenziona1e e naturale assenza di un giudizio
di valore: come porre lo smalto sul nulla. Non a caso la
plastica garantisce la riproduzione di tutto (dall’orologino
Swatch in su), ma anche la celebrazione dell’ oggetto. Ma
la situazione è ormai invertita: ora è l’oggetto che da la
caccia al soggetto; è la copia che scaccia l’originale; è la
riproduzione del fatto che prevale sul fatto. Un’inversione
dei ruoli, quindi: la materia e il fi ne, l’uomo il mezzo. Nelle
opere dell’artista c’è l’uomo-sagoma, regresso allo
stadio infantile di fi gurina, che diventa ambra di se stesso,
produzione di ciò che produce, oggetto fatto in serie.
In defi nitiva l’individuo ripetuto in uomo-massa, in uomo
moltiplicato, portato dal sistema in una condizione di
esistenza plastifi cata. Alla carne, opacizzata dal logorio
della vita moderna, subentra il perspex smaltato, al neon,
la cui liscia e trasparente materialità comporta non più
angoscia esistenziale ma il raggiungimento di una stato
di indifferenza che diventa l’ottica attraversa cui Lodola
guarda il mondo. Un’ottica che sembra gia quella della
plastica, la Grande Replicante della mercè, che vive ogni
cosa come copia della cosa. Così il vile vinile ci restituisce
una condizione oggettiva dell’uomo medio d’oggi. Dentro
ci sono le facce vuote dell’uomo folla, gettato nella
solitudine quotidiana di una società di massa diventata
società dello spettacolo. Da qui, l’impiego di un materiale
volgare ma malleabile come la plastica, ma accetta lo
stato di manipolazione di ogni cosa, anche nell’uomo,
senza disperazione, senza passibilità di riscatto o di
alternativa, perchè anche l’artista vive dentro una realtà
gia defi nita in cui ogni prodotto è segno della merce.
L’uomo viene confi nato nello stato paralizzato del voyeur,
dove ogni evento vive gia fi ssato in una sua funzione e con
un suo scopo, come un fermo-immagine. La dimensione
di spettacolarità insita nel sistema contemporaneo porta
Lodola a produrre immagini che rifl ettono con cinica e
ludica puntualità il destino dell’uomo: l’esibizione come
esibizionismo, come ineluttabile cancellaziane della
profondità ideologica, religiosa, sessuale e morale. Lo
spegnimento della profondità segna il punto di massima
eccitazione della superfi cie. Così la plastica diventa
specchio del carattere artifi ciale della vita, vissuto come
unica natura possibile, come sfondo naturale dell’uomo
moderno. Da questo sfondo parte Lodola per prelevare
acriticamente le sue immagini. Sollevato dal peso di ogni
ideologia, non esistono preferenze affettive in questo
prelievo, spinte emotive che determinano la scelta. Al
superfi cialismo delle tecniche di riproduzione, tipiche dei
mezzi di informazione di massa, l’artista oppone un assoluto
adeguamento, quanto ad intenzionale freddezza emotiva
e valenza espressiva. L’assenza di soggettività, tipica degli
stereotipi visivi che accompagnano la nostra vita, e
direttamente proporzionale al trionfo di oggettività che
regna in un mondo dominato da una Estetica di Plastica.
Insomma siamo nel dominio della copia conforme che
garantisce, a prezzi stracciati, la riproduzione di tutto. In
defi nitiva Marco Lodola attraverso tutto il suo lavoro ci
dimostra che ormai l’esistenza è una pratica da replicanti,
Blade Runner che ripetono gesti e comportamenti in
serie, che esistono solo in quanto riproducibili in fi gurini di
plastica. Lo stile di questa vita è naturalmente freddo e
inespressivo, per questo anche l’arte che ne deriva porta
gli stessi segni. E in tal modo Lodola restituisce un volto,
prima che agli uomini, al pensiero.
Roberto D’Agostino