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Io ho un cavallo a dondolo di Lodola. Lo ha regalato lui
a mia fi glia quando è nata. Un cavallo a dondolo pieno
di neon e faccine colorate che se attacchi la spina si
illumina tutto come l’insegna di un luna park. L’idea che la
mia Teresina giochi con un’opera d’arte è strepitosa. Non
so se mi spiego, anche io ho avuto una fortuna del genere
da bambino, sono nato nel centro di Roma e giocavo a
nascondino tra le colonne di Bernini a San Pietro e facevo
piccole sculture invece che col pongo con la cera
morbida dei candelieri della basilica. Il mio amico Marco
Lodola concepisce e realizza giocattoloni costosi, che
non servono a niente, ma che illuminano, e non è mica
poco. Illuminano una stanza, una piazza, una via, la sala
di un museo. Cosa dovrebbe fare un’opera d’arte se non
illuminare? Lascio ai critici che hanno studiato di entrare
nel dettaglio, mi piace sempre ascoltare quello che hanno
da dire, ma il più delle volte purtroppo io dimentico presto
e torno a giocare a nascondino inconsapevole di essere
tra le colonne del Bernini. Si sa che quando si entra in una
stanza con una grande opera d’arte questa fa luce, a
volte così forte che fa sparire quello che c’è intorno, ed
è proprio l’effetto che fa l’arte, fa luce, illumina gli spazi
e riceve luce dagli occhi di chi la guarda. Lodola è in
bilico tra l’arte e l’insegna di negozio, tra il monumento e il
giochino per neonati, il sonaglino per fare addormentare
i pargoli e il faro per i vecchi marinai alla deriva. Ma poi
scusatemi ma a me la parola arte mi fa uno strano effetto
in bocca, come una cravatta stretta intorno ad un collo
quasi come un cappio. È una di quelle parole che per
dirla ci vuole la patente e io non ho neanche il foglio rosa.
Diciamo che a me Lodola mi piace e spero che diventi il
più grande artista del nuovo millennio, non tanto perchè
in famiglia abbiamo un suo cavallo illuminato ma proprio
perchè la sua è roba che abbellisce, che illumina, e che si
abbina molto bene con le belle facce e con gli ambienti
veri. Mi spiego. In un ambiente squallido una scultura
di Lodola sembra l’insegna di qualcosa, un pezzo di
modernariato, insomma siccome tende ad illuminare ciò
che ha intorno ha il potere di evidenziare certe brutture
mentre per esempio in un prato o in una bella piazza dalle
proporzioni umane un pezzo di Lodola rende tutto ancora
più sensato. L’altro giorno passeggiavo sotto i portici del
Vasari ad Arezzo e me la passavo proprio bene li sotto,
all’interno di quello spazio progettato per l’uomo, come
se la città fosse la vera casa dove stare, insomma ci siamo
capiti. Li sotto una scultura di Lodola ci starebbe bene
capito? In Time Square non la vedresti nemmeno, a meno
che non ne facesse una più grande della pubblicità della
Sony. Ma quello è un concetto di spazio in cui l’uomo
è progettato per sentirsi piccolo piccolo di fronte alle
multinazionali che lo illuminano e ai palazzoni che lo
schiacciano mentre il Vasari aveva in mente un uomo
che si sentisse a suo agio nel mondo, anche se poi non è
mai così. Credo che Marco Lodola abbia la stessa idea in
testa, magari mi sbaglio, non ne abbiamo mai parlato.
Lorenzo Jovanotti
Gia da fuori il trambusto è assordante. Dentro poi ...
Apri la porta e una raffi ca cosmica da tempesta solare
ti travolge mente, pancia, emozioni e capelli come in
una galleria a vento. Ti sembra, quasi di percepire i fi letti
fl uidi che corrono lungo sconosciute parti del tuo essere,
deformandole sotto la pressione della loro stessa fuga.
Eppure, non è null’altro che musica. Si, musica, ad alcune
centinaia di migliaia di megadecibel: so loud that you
can’t hear it. Probabilmente una musica diversa, perchè
non è la qualità dell’ armonia, del ritmo, del chessò io cui
siamo tutti abituati a travolgerti: e la quantità di queste
onde sonore che, superata un’inconcepibile “massa
critica”, assumono una loro forma - forse data dallo
spostamento d’aria - e ti si rovesciano addosso su tutto
il corpo, rendendo il senso dell’udito quasi impotente di
fronte a questa “lavina” tattile, magnetica, elettrica. Certo,
mi viene da pensare, se tra me e quella band ci fosse il
vuoto, forse non arriverebbe nulla? O, nonostante l’assenza
del veicolo aria, certe onde t’investirebbero lo stesso?
Lodola, Marco Lodola, è alla batteria e di queste onde
d’urto ne produce una bella percentuale. Io, dopo alcuni
secondi di questa percezione, sono gia stato risbattuto
in strada come se il mio camminare, la spinta in avanti
dei miei passi, non fosse riuscita a vincere la resistenza
folle dell’ onda travolgente. Altra gente e ancora li, come
immersa nella pressione, che arriva da tutte le parti e non
si sposta, ma aumenta solo la tua stessa pressione interna.
Lodolandia sarà sempre così. Ci provo, se e vero che la
porta funge da scarico della pressione interna, è ovvio
che ci sia una corrente. Una volta vinta, all’interno, anche
a me dovrebbe succedere ciò che succede agli altri e
dovrei potermi librare, come un sub a settanta metri di
profondità, con il corpo a sette bar. Funziona. Ed è l’unico
modo di entrare in Lodolandia ...
Francesco Illy