Solitudine viva e vibrante
“Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Emaciato sussurro e grido di un’esistenza scabra, macchia indistinta
nel tempo, spazio non trascorso e trasognato, blocco dell’anima che si trasmette traverso gli occhi di Alda o la
sua pelle “assoluto naturale”, distintamente simile alle cortecce, all’impegno ascensionale dei rami di Maio.
Questa solitudine viva e vibrante fa della storia umana un “unicum” nella creazione: apparteniamo a un gruppo per
convenzione o difesa, per necessità o all’ombra di quella perpetua mancanza che chiamiamo amore, ma siamo
come negli alberi di Maio o nella poesia di Alda scheletri sperduti su sfondi che ci confondono: il nostro viaggio,
ancorche essere, incamminarci, vagare, predisporre i ritorni, è un percorso immobile intorno a noi stessi; è una
serie ininterrotta di fotogrammi fermi in ognuno dei quali ripetiamo e rimodelliamo l’identico cruccio esistenziale.
Così Giuliano nel ritrarre Alda, “fissa” la sua poetica, perché non la carna o il sorriso noi sentiamo protagonisti,
ma il di lei disperato continuo bisogno d’amore.
Paradossalmente tutto è fotografia.
L’anima non conta le ore e i secondi; l’anima scatta una immagine e le secolarizza, la fa infinita nel suo non
accadere, restare a messo tra l’attesa e l’arrivo di qualcosa.
Questo preciso attimo che tutti sappiamo vivere, ci restituiscono Alda, Enzo e Giuliano come si trattasse di un
piccolo miracolo. Ma di miracolo non si tratta. L’arte, qualsiasi grande opera d’arte, è la cosa più vicina a Dio che
ci sia dato conoscere.
Roberto Vecchioni
Vibrant and Living Solitude
“We are like leaves on trees in autumn.” A frail whisper and a cry of a raw existence a blurred stain in time,
an unspent and dreamlike space, a stillness of the soul transmitted through Alda’s eyes, or through her skin
a “natural absolute,” distinctly akin to bark, to the upward struggle of Maio’s branches.
This vibrant and living solitude makes human history a unicum within creation: we belong to groups by
convention or defense, by necessity, or under the shadow of that perpetual absence we call love. Yet
we are, as in Maio’s trees or in Alda’s poetry, scattered skeletons against backgrounds that blur us. Our
journey, though it may seem like motion, progress, wandering, preparing to return is in truth a motionless
path around ourselves. It is an unbroken series of still frames, in each of which we repeat and reshape the
same existential ache.
Thus, when Giuliano portrays Alda, he “fixes” her poetic essence. What we perceive as central is not her
flesh, not her smile, but her desperate, ongoing need for love.
Paradoxically, everything is photography.
The soul does not count hours or seconds; it captures an image and secularizes it, rendering it infinite in its
not-happening, suspended between the waiting and the arrival of something.
This very instant, one we all somehow know how to live, is returned to us by Alda, Enzo, and Giuliano as
if it were a small miracle. But it is no miracle. Art any great work of art is the closest thing to God we are
allowed to know.
Roberto Vecchioni
LIVE & LOVE
I MITI MIRABILI
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