Mai Sedersi sugli Allori
D e d i c a t o a C a r l i n a
Mi verrebbe da intitolare, alla maniera di Bufalino, “perizia
di parte” questa nota dedicata alle opere di Carla Tolomeo.
Perciò dico subito, mostrando le carte, che Carlina (così si
chiama ed è, poiché i nomi, come dice Savinio, prima o poi fi-
niscono con l’essere le persone e le cose che essi definisco-
no) è un’artista che ammiro e della quale sono amico da una
trentina d’anni; da quando, più o meno, giunto a Milano dal
sud, come altri speranzosi emigranti, conobbi Giancarlo Vi-
gorelli, il suo uomo. E qui vorrei dire – e non è questo un par-
lar d’altro, perché per comprendere il fantasmagorico mondo
di Carlina, è da qui che bisogna partire – che difficilmente mi
sarà dato incontrare una coppia di artisti come loro; e dico
artisti nel senso casanoviano della parola, di quel Casanova
che seppe fare della sua vita propriamente un’opera d’arte.
Bisognava vederli, in quel finire degli anni Settanta, Carli-
na e Giancarlo. Per me, appena messo piede nella città della
Scala, i protagonisti di una festa mobile in cui la letteratura e
le arti visive, al di là e al di fuori delle supponenti ed esclusive
accademie, erano un propellente, un alimento, la vita stessa.
Fu così che Manzoni entrò a far parte della mia personale
esperienza di uomo, fu così che compresi il perché un amico
comune (grandissimo di Giancarlo e Carlina) aveva intitolato
un suo celebre saggio Letteratura come vita.
Arte come vita possiamo dire, oggi, di queste opere che
Carlina Tolomeo espone a Vicenza. Arte come gioia di vivere,
abbandonandosi agli stupori innocenti e godendo del mondo
– da nord a sud, da est a ovest – per ricostruire poi nel ricor-
do i trofei radiosi del vissuto.
È difficile trovare, nell’odierna mappa topografica della
pittura italiana, artisti come Carla Tolomeo (e qui, a scanso
di equivoci, uso il suo vero nome anagrafico), così appa-
gati del privilegio della libertà, quella di crearsi un proprio
mondo, dove forme e colori vivono liberi da reciproci con-
dizionamenti. E può sembrare paradossale affermarlo, dal
momento che Carlina sceglie oggetti di uso comune per co-
struire le sue opere d’arte. Ma sta proprio in questo il suo
specifico genio.
Ho gli occhi pieni delle sue stoffe imbottite mentre scrivo
questa nota; e dei colori smaglianti, che si ritrovano anche
nelle sue sculture che siano di ceramica o di marmo; e qui
ne approfitto per dire che anche quando disegna, Carlina To-
lomeo fa vedere i colori, così come bei colori porta addosso,
intonati con quel suo sorriso di donna cui la vita ha regalato
tanto, lei consapevole di non averne sprecato una sola ora.
Guardatela tra le sue sedie e i suoi divani, mentre le vo-
lano attorno pappagalli e farfalle, e frutti tropicali sembrano
essere stati creati lì per lì, nel suo personale giardino, che
è quello – qui sta il miracolo dell’arte – di Adamo ed Eva. Il
suo è uno sfrenato e inarrestabile riprodurre la bellezza del
mondo, i suoi colori, le sue bizzarrie, le sue feste.
E dato che sono partito citando Bufalino, termino ruban-
dogli ancora la parola, per far tesoro di un suo concetto sen-
sato (non da critico, s’intende: questo lo faranno altri) che
sembra essere stato istigato dagli oggetti d’arte di cui stiamo
parlando: “Facile perdersi dentro, naufragarvi con gli occhi,
come si naufraga nella metafisica dolcezza e nel mistero
di uno specchio profondo. In questo modo il rapporto fra lo
spettatore e la visione finisce di essere critico, materia d’in-
dagine e di scontro, per assumere le apparenze, lievemente
sopraffattorie, della seduzione visiva”.
Matteo Collura